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sabato 19 febbraio 2011

Crazy Farm


Sono circondato da folle di brutti gallinacci, striduli e inopportuni, con i becchi sempre pronti a dire la propria insulsa opinione, il loro punto di vista, la loro scienza teorica. Sempre pronti a lanciarsi sulle briciole e ad andare avanti e indietro senza motivo, con la testa gonfia e vuota come palloncini di gomma, gli occhi sgranati e sospesi nel niente. Facce da tacchino dai colli slabbrati e paonazzi, balbuzienti col singhiozzo che pretendono attenzione sempre indecisi sul da farsi, e quando decidono, sputano parole con convinzione ma non finiscono mai bene la frase e con un altro singhiozzo rimangono interdetti sicuri dell’errore. Sono circondato da grassi pennuti incapaci di volare, che sognano ad occhi aperti, che parlano di voli aggraziati e virtuosi ma l’unica cosa che sanno fare è sporcarsi il basso ventre di fango e sterco. La scala di un pollaio come la metafora della vita, il letto dei maiali come la metafora della notte, lo steccato della fattoria come la metafora della libertà mai assaporata. Spunta il sole e irradia l’aia umida, disordinata e maleodorante. È l’ora della colazione e d’improvviso una calca di stupidi animali affamati si tira fuori dai propri giacigli asfissianti, cavalli zoppi che non faranno mai una corsa ormai buoni per il macello, maiali impazziti che s’ingrassano ben bene e non sanno che le cure del padrone sono la loro dolce condanna a morte. Ridono ed esultano felici a ogni pasto, corrono a spaccarsi il muso nella loro sbobba, un giorno correranno fuori dopo il digiuno ma solo per saldare il conto con chi gli ha mostrato cura e affetto.
Il benessere e la fortuna possono essere condizioni illusorie e alla fine, al di là della stagnante comodità dell’inerzia, si dovrà pagare un prezzo insostenibile e inaspettato.

mercoledì 9 febbraio 2011

Lunghe passeggiate per combattere la depressione

Il frastuono dei fiori dispersi nei campi come macchie di colore, il silenzio delle auto che vanno a 70KmH, motori vecchi e fumanti, l’indifferenza dei passanti e il mistero del via vai dai negozi, i bar, le scuole.
Resta soltanto un’indefinita quantità di strada da fare senza nessuna meta. Solo la strada, tantissima strada e non c’è tempo che tiene. Sole, pioggia, vento, nessuna stagione è preferibile alle altre.
Lunghe passeggiate contro la depressione, senza mai salutare, senza mai guardare in faccia a nessuno, senza una sosta e nessuna parola da dire. L’infinito della strada da fare a piedi, salite di asfalto grigio consumato e malconcio e poi un pensiero orribile, uno strazio senza fine e uno scatto. Correre a perdifiato finche i polmoni non si spaccano, sudare, affannarsi e riprendere a camminare senza mai una sosta. L’adrenalina che blocca la mente e l’affanno come prova dell’inutilità. Lunghe passeggiate solitarie con la depressione. Vestirsi di nero, occhiali scuri e qualche volta un iPod per distrarsi. Lunghe passeggiate contro la depressione e la depressione non se ne va.
Lo vedi il punto A, non esiste. Lo vedi il punto B, non esiste. Tra il punto A e il punto B un’infinità di punti che non esistono e tutto questo per sentirsi dire che questa è la realtà.
Sentirsi un po’ malati ma senza speranza di cura e l’unica cosa che rimane è la strada, vuota, piena di niente e di gente che vale come niente. Case tutt’intorno che sono come niente, alberi e tralicci, animali morti e squarciati che restano lì fino a che gli avanzi non si riducono a piccoli pezzetti informi e indistinti. Lunghe passeggiate per combattere la depressione fatte per stancare le membra e le ossa, affinché l’ossigeno possa servire solo a riprendere un po’ di forza per raggiungere il sonno, il meritato riposo dall’inutilità. Lunghe passeggiate contro la depressione e la depressione non va via. Lunghe passeggiate e tanta strada da fare. Lunghe passeggiate, lunghissime, inevitabili come una droga. Rimane solo la strada che non fa mai domande e che non da soluzioni. Lunghe passeggiate contro la depressione che non basteranno mai.

domenica 2 gennaio 2011

Piccola prova informale


Essere sinceri è una prova di coraggio. È una sfida quotidiana verso se stessi e contro tutto. Essere sinceri alla luce del giorno è pericoloso e ti può capitare di fare grossi sbagli, di mettere tutto in discussione, anche solo per un momento di egoismo, per una fortuna esile ed effimera, per qualche spicciolo, per un bacio rubato, per una carezza caduta male, per un attimo di incomprensione.
Si consiglia di non indossare camicie blu, di nessun tipo di blu, di qualsiasi tonalità del blu.
Essere sinceri al buio sembra più facile e poi non ti vede nessuno. Essere sinceri al buio sembra più facile ma non ti vede nessuno. Non ci sono pericolo né soddisfazione. Essere sinceri al buio potrebbe risultare inutile ma anche altrettanto vitale.
Mai mandare fiori anonimi. Mai mandare pacchi bomba anonimi. Firmarsi sempre. In nessun caso, mai prima il cognome del nome, sia a voce che scritto.
Bisogna anche saper rubare ed io non ci riesco. Mi sento male se quello che rubo non mi appartiene, se quello che rubo non fa parte della mia dimensione. Diventa un qualcosa tolto a qualcun altro ma non diventa mio e questo mi fa sentire un ladro. Mi capita spesso di rubare senza sentirmi male e questo vuol dire che potevo farlo. In qualche modo mi sento legittimato dal fatto che potevo prendere qualcosa di mio ma che solo un attimo prima non sapevo mi appartenesse. Rubare in compagnia poi è il massimo. Qualcuno potrebbe parlare di condividere, di spartirsi quello che il destino ti offre, qualche mistico parlerebbe di comunione o di dono di Dio o roba del genere.
Rubare è come ricevere o fare regali e i regali sbagliati fanno sempre male.
Sorrisi, gentilezze e qualche complimento per farsi voler bene. Essere gentili, apprezzare tutto quello che si vede e darne sempre giudizi positivi. Rubare simpatia è una buona regola per essere falsi, ipocriti e felici.
Sto al buio nel giorno del Signore e non vedo nessun Signore, non ho voglia di chiamare nessuno né tanto meno di essere raggiunto. Non ci sono idee in programma, non si aspettano miracoli, non si fanno promesse e non c’è nessuno da convincere. Non dico niente nemmeno a me stesso. Mi è venuta solo un po’ di fame e ho mangiato da tre ore. È un pomeriggio buio e sono solo in casa ed ho fame. Cammino senza accendere le luci spinto da questa strana voglia, inaspettata ma ben accetta. Perché dire di no? Perché frenarsi? Perché non essere sinceri anche per così poco?
A tavola, mai dire "Buon Appetito".
Apro il frigo e si fa luce. Lo guardo con poca attenzione e scelgo degli affettati in vaschetta che nemmeno li preferisco, ma va bene così.
Ho scelto la vaschetta degli affettati, dal frigo la porto sul piano della cucina. Accendo la piccola luce della cappa, apro lo sportello del pane che sta in alto, mi faccio spazio con le mani nella grossa busta di carta e ne trovo un pezzo già tagliato, lo spezzo con le mani, una parte la lascio lì con lo sportello aperto, l’altra la mordo, poi faccio a brandelli la carne salata e mangio chino e in silenzio. Riprendo l’altro pezzo di pane e altri brandelli di affettato fino a terminare la vaschetta. Torno al frigo, ho sete e svuoto quello che rimane della bottiglia di vino rosso. Mi guardo attorno e nel buio pulisco le labbra con un gesto del palmo terminando il pasto come una piccola prova d’informalità. Alla luce sarei apparso come un animale, indecentemente sincero e poco gradevole, sicuramente non educato.
Evitare suoni o rumori sgradevoli, niente fumi, niente profumi, niente grida o toni altezzosi. Niente musica. Non si canticchia e non si fischia. Evitare modi e usi troppo personali. Mai eccedere con la freddezza però, almeno prima del rigor morti.
Riguardo nel buio e un chissenefrega mi strappa una smorfia di felicità. Apro un’altra bottiglia di buon vino rosso, mi verso un bicchiere e torno in camera, molto meglio dell’ultima cena senza parabole, miracoli e traditori a cui passare il sale.

mercoledì 8 dicembre 2010

Canzoni di Natale

Vedrai, staremo bene.
Fidati!
Sarà bellissimo, anche se adesso sentiamo freddo.
Per scaldarci compreremo una bottiglia di whisky al discount e ci saranno anche birra e salatini. Faremo grandi passeggiate lungo i viali, guarderemo le vetrine addobbate con festoni e luci intermittenti. Faremo grandi passeggiate e guarderemo così tante volte le vetrine al punto che non avremo bisogno di comprare nulla. Ci sembrerà di avere tutto quello che vediamo dietro quei grandi cristalli sempre puliti con tutte le cose al loro posto. Ci specchieremo in mondi lontanissimi. Impareremo a memoria gli articoli e i prezzi. Sarà tutto nostro senza spendere un centesimo. E quando la gente comprerà qualcosa dalle vetrine, faremo finta che siano i nostri regali e saremo felici nel guardare i volti soddisfatti di persone sconosciute che escono dai negozi carichi di buste di carta e pacchetti confezionati a dovere.
Diremo “ Visto com’è contenta la signora ? Abbiamo fatto bene a regalarle quel vestito. Lo sapevo, era fatto proprio per lei, l’ho capito subito che sarebbe stata felice con quel vestito. Vecchia babbea! ”
E ci sarà da ridere. Rideremo tantissimo, fidati! Staremo bene. Noi, con le nostre bocche nere e malconce, con quattro denti marci che a stento danno la dimensione delle nostre parole sbiascicate.
Adotteremo anche dei cani, anzi tutti i cani che senza padrone se ne vanno randagi senza meta e senza dimora. Saremo una grande famiglia. Illumineremo a festa la città e balleremo sulle foglie portate via dal vento. Ci lanceremo in giravolte senza fine e ci girerà la testa stando accasciati sui selciati e non ci basterà mai osservare il mondo che ci passa avanti.
Ascolteremo canzoni di Natale suonate da strumenti accordati male, melodie accennate da musicisti improvvisati e senza talento. Avremo un’orchestra tutta per noi. Staremo tutto il tempo nelle piazze e nelle strade al punto che la gente imparerà i nostri volti, diventeremo quasi famosi, diventeremo delle celebrità. Staremo tra la gente e saremo parte di loro. Avremo il nostro posto nella società. Avremo il nostro posto sotto gli alberi e negli angoli bui.
Vedrai, staremo benissimo.

venerdì 3 dicembre 2010

Italiani: popolo di santi, poeti, navigatori e stronzi


Noi si che siamo un popolo di artisti. Noi si che abbiamo un patrimonio culturale inestimabile. Noi si che abbiamo quel non so che, che ci fa così italiani. Così unici! Siamo un popolo di artisti.
L’arte è sempre in evoluzione e l’evoluzione comporta una continua battaglia verso la sopravvivenza della specie, una guerra continua per l’affermazione. Non si tratta di essere potenzialmente il migliore, di avere l’idea più innovativa, di partecipare ad una sfida con tanto di legalità e di regole e nemmeno di sapersi distinguere per merito. Macchè! Noi si che siamo un popolo di artisti. Avvocati, giudici, politici, forze dell’ordine, industriali, liberi professionisti, medici, impiegati statali, meccanici, idraulici, elettricisti, commercianti, showmen, giornalisti, vallette, cantanti, attori e chi più ne ha più ne metta. Tutti artisti.
E un vero artista oggi si sa vendere. Sa che il business è un’arte. L’evasione fiscale è un’arte. Il pararsi il culo è un’arte. Un vero artista è sempre pronto a pugnalare il prossimo per il proprio profitto. Un vero artista sa come essere falso e ruffiano. Un vero artista sa come galleggiare.

mercoledì 1 dicembre 2010

Gioia in La minore

Oggi è un giorno strano, pieno di follia. Pieno di errori senza nessun senso di colpa. Pieno di lamenti, frigna infantili di bambini che ormai hanno la barba e le tette mosce. Pieno di asimmetrie, molte delle quali senza alcun tipo di fascino. Oggi è il giorno dei passanti. Di quelli che sono tra di noi ma che non ci sfiorano ne col pensiero ne con la presenza. Sono solo passanti. Masse di individui anonimi senza ispirazione. Oggi posso anche perdonare il mondo o almeno mi sforzo di non dargli retta. Passo indifferente e non curante nel suo squilibrio quotidiano. Passo tra i passanti e sono convinto di non essere uno di loro. Non mi ritengo migliore, superiore e forse non mi sento meglio di loro. Mi sento differente e indifferente, ecco tutto.
Oggi è un giorno strano. Inaspettato. E questo mi fa sentire bene. Non devo chiedere. Non mi devo giustificare. Non devo chiedere scusa.
Passanti! Poveracci! Miseri che si possono permettere di comprare, di regalare, di giudicare.
Passanti! Miserabili!
Oggi è un giorno strano e la gioia più grande mi viene offerta da una sonata del 700 per flauto in La minore. Note dolci senza spettatori.
Scegliere, decidere, andare. Queste sono cose importanti! Ma i passanti non lo sanno. Lo sapeva bene Mario che a 95anni non ce l’ha fatta a non decidere. A trovarsi solo e malato in un letto d’ospedale ad aspettare la fine. Non ce l’ha fatta ad aspettare, doveva decidere il finale, come in un bel film. Un bel film di 95anni e un finale serio. Niente tragedie. È stata solo una scelta. E non importa se Dio, a quel che dicono, non onora i suicidi.
Onore alle scelte. Onore alla vita. Onore alla libertà.
Forse l’unica cosa seria della vita è la morte.

giovedì 26 agosto 2010

I divoratori



Che cosa sono i divoratori?
Non saprei.

Sono degli animali?
Allora sono degli animali che ti assomigliano molto.

Davvero non lo sai cosa sono i divoratori?
Non so che dirti.

Dai … cosa sono i divoratori?
I divoratori sono esseri orribili, esseri senza pietà, sempre pronti ad aggredire chiunque e qualunque cosa. Si affannano sulla vita altrui e attaccano all’improvviso. Mordono e distruggono tutto. Sono sempre in lotta e non trovano pace. La loro è una guerra continua con il resto del mondo e non si possono fermare. Non conoscono tregua. Non finiscono mai di attaccare perché nella loro brama di violenza non c’è uno scopo. Aggrediscono per non essere aggrediti, ma non hanno nessuna strategia o logica. Divorano e basta. Questi sono i divoratori.

E come sono fatti?
Hanno tutte le forme e sono di ogni specie. Per lo più camminano su due zampe e sono molto simili a noi. Direi proprio che tu potresti essere uno di loro. Anzi, credo che mi convenga essere anch’io un divoratore, prima di essere attaccato.

giovedì 19 agosto 2010

Saudade


Hanno svuotato le giare e adesso suonano cariche di vuoto e soddisfazione. La leggerezza dell’aria si libera dal suono grave e aritmico di strumenti improvvisati.
Suonano le stelle al cielo, le tartarughe al mare.
Suonano le fronde al vento, i pensieri al tempo.
Suonano i corpi alla stanchezza, le menti alla bellezza delle cose indecifrabili.
In una frenesia di moti automatici si perde la grazia dell’esistenza e fermare il momento con una magia ci salverà dalla schiavitù. Un’altra estate se ne va e come le altre era troppo carica di aspettative e troppo breve per esaurirsi senza rimpianti.
Stiamo andando a sorprendere l’alba che si affaccia sulla spiaggia e questa spiaggia non sarà mai più così. In nessun altro modo e in nessun altro momento. Stiamo andando sulla spiaggia di notte, al buio, per rubare un attimo, un’emozione, una gioia immensa, un’infinita tristezza, un silenzio incolmabile.
Quello che conta è farsi prendere da questa emozione, che non ha peso né consistenza. Che non potrai mai disegnare o descrivere. Quello che conta è essere lì, sulla spiaggia, giusto in tempo per essere te stesso.
Spera di ricordarti come sei, nient’altro ti potrà salvare da questo mondo che non ti appartiene.

martedì 27 luglio 2010

Less is more

Si può anche cadere, quello che conta è capire il momento buono e rialzarsi. Non c’è nessun mistero che conti se non è abbastanza affascinante da farti rimanere senza parole. A carte scoperte la vita è un gioco noioso. Ci sono abbastanza follie per tutti e pazzi a sufficienza per preferire la mia follia a quella altrui. Non c’è nessun miracolo buono tranne nelle piccole cose inutili che fanno la differenza. Niente da crucciarsi per più di un tramonto. Stanno cercando di rovinare la bellezza ed io sarò sempre dall’altra parte a combattere. Contrario e ostinato, piccola testa dura col cuore sotto vuoto.
Cosa si farebbe per un briciolo di benessere!?
Troppa formalità mista a furbizia per i vostri pensieri codardi. Troppo lontano dal mio piano apparecchiato senza coltelli, buono per farci stare sopra un bicchiere deciso, da bere disegnando fumetti senza inchiostro. Potrei parlare per ore oppure rimanere in silenzio perché non c’è nulla da aggiungere al bene. E intanto una nuvola di fumo nero sale sulle vostre fronti attonite. Anche a questo non c’è nulla da aggiungere. Qualcuno potrebbe aspettare di avere una visione più chiara oltre queste nuvole. Qualcuno potrebbe aspettare di vedere in volto l’interlocutore e dare giudizi. Non c’è nulla da rispondere se si vuole mantenere un mistero. Vivere con una sottrazione progressiva e scoprire di avere di più.
Non mi stupiscono le vostre frigna, l’arroganza gentile, le labbra rifatte di vecchie signore, lo sguardo stupido e testardo dei quindicenni.
Cataste di anime portate a casaccio dalla storia ed ecco la mia gioia. Esser capitato qui, anch’io per caso. Per un mistero che mi spinge a cercare un destino.
Intanto quello che riesco a fare è sottrarre. Meno è sufficiente.
Tolgo sempre qualcosa per non chiudere il cerchio. Meno sudore, meno spiegazioni, meno sforzo e tutto diventa più facile. Tutto ha più valore.
Non c’è nulla da aggiungere al bene almeno che non si voglia il male.

martedì 13 aprile 2010

Club 27


Basta un attimo. Una distrazione e la vita diventa un paradosso senza controllo. Ho sentito un vuoto e il tuffo è stato dolce e fatale. Qualcuno avrebbe voluto correggere la mia strada ma nessuno conosceva la mia strada. Nemmeno io. All’improvviso i miei eccessi, la mia voglia di andare oltre, il mio genio, la mia fortuna e la mia condanna, all’improvviso tutto questo è venuto a galla come un vomito. E non ho potuto fare altro che affogare. Un momento di piacevole affanno che tradisce e uccide. Poi qualcuno, chiunque, solo dopo si sentirà chiamato in causa. Perché la tentazione di toccare e comprendere un mito o una leggenda ti fa sentire parte di essa. Ma non c’è nessun mito. Non c’è nessuna leggenda. Niente di così fantastico come si crede. È stato solo una fortuna troppo grande e questo ti fa perdere il controllo. Il controllo su di te, sulla tua immagine e sulla tua storia. I corvi mangeranno sul tuo corpo, beccheranno con forza qualsiasi brandello per riempirsi di gloria o solo per sopravvivere. I corvi e gli avvoltoi sono pazienti. Stanno lì, sempre pronti per un becchime di lusso e il pasto sei tu. Avevo dato tutto. Credevo di aver dato tutto e ogni giorno tentavo di bruciare tutto me stesso. Consumavo il mio corpo nel sudore e in lenzuola anonime e sporche di successo. La bellezza veniva da dentro e tutto il resto era una concessione alle debolezze. Un riscatto. Era fame. Era una fame dannata di penetrare e farsi penetrare. Ma nessuno è riuscito mai ad avvicinarsi alla bellezza. Ci siamo tutti limitati ad esorcizzarla. Non avevamo capito nulla e poi il mio volto cadde trasfigurato a terra per un pasto di cui non avevo bisogno. Non ci resta che sparire per diventare mito. Per raccogliere quello che abbiamo cercato di dire senza essere ascoltati. Qualcuno, chiunque, solo dopo potrà parlare della fine. Ma nessuno di loro si è avvicinato alla fine. Nessuno si è avvicinato alla bellezza. Noi si che abbiamo sentito l’inizio e poi d’improvviso la fine. Da non crederci. E Gesù aveva 33 anni. Così hanno detto i corvi. Così hanno gracchiato con il loro becco famelico. L’hanno visto pendere da una croce ma non hanno fatto nulla. Aspettavano la fine. Aspettavano il loro pasto.
Sono attorno a noi, vestiti come profeti. Sono come boia. E il boia non si può condannare. Lui esegue solo la condanna.

sabato 20 marzo 2010

Klein

Si sale e il posto è come me lo ricordavo. Scomodo, ripido e cemento dappertutto.
Nessun cenno…
Ciao Klein.
Ciao.
Come va Klein?
Solitamente.

Ha le mani abituate a non stringere altre mani, spaccate dal grasso, spaccate dal lavoro, robuste e leggere nella stretta.
Il posto è come lo ricordavo, solo più vuoto.
Ho dovuto smontare tutto, è rimasto solo il cemento e il mio vecchio bolide rosso. Erano gli anni settanta. L’ho rimessa a nuovo ma non è in vendita. Ne ho bruciata troppo di strada e di vita per poterla vendere ad un prezzo, per poterla scambiare con i soldi.
Immobile sotto un lenzuolo di seta perla, tenuto su da delle mollette da lavandaia. Sembra un bambino nella sua culla, che dorme all’ombra di un’officina che fu.
Il posto è come me lo ricordavo, solo più vuoto. Vuoto di malinconia, vuoto di vita frenetica, ma qualcosa è ancora vivo. Sono i ricordi di Klein. È Klein!
Klein, col suo nome piccolo, il corpo gonfio di carne, ha le labbra da vecchio nero, grosse e simpatiche nel mezzo di un volto da buon diavolo. Non si chiede l’età a un buon diavolo come non si chiede l’età alle donne che non sanno di essere troppo giovani o troppo in là col proprio tempo.
La vedi, la tengo qui a riposare, messa a nuovo. Ovvio, ogni tanto scorrazzo un po’ e le faccio mangiare i chilometri. Vedessi! Come i bei vecchi tempi.
Porca puttana, non torneranno più! Porca puttana!

Klein è vuoto di malinconia. È pieno di soddisfazione.
Non so come abbia fatto mio padre a non ammazzarmi. Non avevo patente e ne ho distrutti di motori. Poi ho imparato ad aggiustarli. I soldi prima erano un’altra cosa. La vita prima era un’altra cosa. Non ho mai dato importanza ai soldi. Se ne avevo li spendevo, bene o male non so. Li spendevo. Mi sono sposato con un vestito d’occasione. Da lì i soldi sono cambiati, non sono diventati più importanti. Non dico questo. È cambiata la mia vita. Diciamo ho solo messo la testa a posto, come si dice. Ma non mi sono mai dannato. La mia gioia era anche fare mattina, sfrecciando con le auto giù in città. Mangiare anguria alle quattro del mattino. Porca puttana, non si erano mai viste tante bucce a terra. Eravamo dei maiali. Succhiavamo la vita come fosse una fetta di anguria, e poi buttavamo la buccia.
Porca puttana, non torneranno più quegli anni! Porca puttana!

Un piccolo diavolo rimane sempre un piccolo diavolo. Un piccolo diavolo buono non ha età. Klein, un piccolo diavolo felice.

venerdì 1 gennaio 2010

Falsi Dèi


La gravidanza ti ha fatto bene. Ti ha fatto abortire le tue rivoluzioni. In un bagno di vita fragile al confine col morire non hai saputo fare altro che urlare. Il sogno romantico che ti svegliava la mattina se ne è andato e adesso ogni rivoluzione ti sembra stupida. Inutile. Questa terra è gravida. Gravida di figli da inghiottire. Figli che non sanno chi ringraziare ma che sembrano abbastanza folli e contenti di respirare. E festeggiano. Celebrano. Consacrano. Maledicono. Inveiscono per falsi Dèi e inseguono il limite e la normalità. Sparano in aria e sul mondo. Sparano e fanno la guerra. Sparano e salutano l’anno nuovo. Sparano al passato. Sparano al futuro. E il buio si illumina di fuochi in uno stupido stupirsi che niente è cambiato. Ma hanno le pance piene, gli occhi alti e belle parole vuote per tutte le occasioni. Non è colpa di nessuno essere vittime della fortuna e del destino.

domenica 6 dicembre 2009

Transgenesi

Cos’è stato?! Cos’era ‘sto gran botto?!
Eh...niente...cioè, in verità, abbiamo avuto uno sbalzo di energia all’angolo della quinta galassia.
Vi ho detto mille volte di non aprire le galassie! Comunque dimmi tutto.
Niente, Onnipotente, adesso è tutto a posto. C’è stato solo un grande boato, chiamiamolo pure Big Bang. C’è solo un piccolo problema…
Quale?
Non sappiamo cosa fare con tutta questa energia vagante, ed è un peccato buttarla.
Già!
Cosa si fa Onnipotente?
Dobbiamo inventarci qualcosa, non si può sprecare tutta questa energia.
Già!
Ho trovato! Per fortuna che sono l’Onnipotente, non che l’Onnisciente.
Trasformerò tutta questa energia in esseri animati e li chiamerò anime.
Ma come si fa a giustificare questa nuova creazione?
Ho già pensato a tutto io. Giustificheremo la mia nuova creazione con l’evoluzione. Dapprima sia fatta la luce, che non si vede nulla! Poi si sposta questa energia per creare un universo fatto di materia ed energia. L’energia e la materia formeranno pianeti. Su uno di questi concentrerò le anime, creando la vita. Ci vuole un pianeta piccolino, isolato e lontano. Una specie di pianeta popolare in periferia. Ci saranno piante e animali.
E cosa sono?
Sono surrogati di energia, che come ti dicevo chiamerò anime, a cui darò la vita. Poi, piano piano riassorbiremo l’energia portandola al suo stato iniziale di equilibrio.
È davvero una bella idea! E come si fa a terminare il ciclo?
Ma niente, è un gioco da nulla. Basta creare la morte.
E cos’è la morte?
Una sciocchezza. È il termine del ciclo vitale dell’energia instabile che prende vita. Dopo la vita il ciclo termina e l’energia ritorna dov’è sempre stata. Nella sua forma più perfetta. In equilibrio.
Capisco. È un piano divino!
Lo so, grazie.
Prego!
Solo che manca qualcosa.
Cosa?
Qualcosa che renda il tutto più frizzante…
Cataclismi naturali per accelerare il processo di ritorno dell’energia?
Nah..quelli già ci sono. Ci vorrebbe qualcosa di più potente. Un tocco fine, di classe.
Non saprei cosa suggerire…
Ecco! Ho trovato.
Certo che è bello essere Onnipotenti. Si ha subito la soluzione a tutto!
Allora, senti qua. Ci vuole un essere protagonista. Ricominciamo dall’evoluzione. Prendiamo un animale a caso. Anche bruttarello. E gli facciamo fare un passo in avanti nell’evoluzione.
Bello!
Lo so, grazie.
Lo chiamerò uomo. L’unico essere a camminare su due arti e ad avere il pollice verso. Pian piano scoprirà come gestire e conquistare il mondo. Ma l’uomo sarà un essere dannato. Uno che ha la fortuna di migliorare la sua vita e quella del suo pianeta.
Onnipotente, se posso permettermi questa creatura rischia di rovinare il processo di ritorno.
Abbi fede. Mmm…che bella parola….
Farò in modo che l’uomo nonostante l’evoluzione rimanga un essere subdolo e arrogante, più animale di quelli meno evoluti…
Bella idea!
Lo so, grazie.
Poi siccome che sarà dotato di coscienza e della facoltà di pensare, sarà condannato a pensare al senso della vita. Ma non troverà mai la soluzione. Cercherà l’immortalità e inventerà le religioni. Ecco, così non si butta nulla, nemmeno la parola fede. Le religioni saranno tante e di tutti i generi. Si mischieranno con le vicende degli umani. Saranno di pensiero, filosofia e soprattutto saranno di stampo sociale e politico. E lì sta il bello! L’uomo non troverà mai la soluzione, ma troverà tante soluzioni e con la confusione che si andrà a creare distruggerà il suo pianeta e si rovinerà l’esistenza. Nel caso avesse bisogno di aiuto interverremo con qualche avvenimento sovrannaturale, che moltiplicherà i dubbi dell’uomo. Chiamiamoli Miracoli. A questo punto l’uomo avrà perso il senso di se stesso e vivrà senza controllo, combattuto tra la fede e la centralità del suo essere. E porterà il suo pianeta alla fine. Chiamiamola Fine del Mondo. A questo punto l’energia sarà ritornata tutta alla sua forma perfetta.
Certo che lei è proprio un dritto, Onnipotente!
Lo so, grazie.

domenica 22 novembre 2009

Departures / Arrivals


Questa vita è un viaggio. Banale dirlo, meno banale avventurarsi. È un viaggio obbligatorio. Sei già sopra. Sei già salito. L’unica libertà concessa è cercare di scegliere l’itinerario. Qualche fermata. Una sosta. Tentare di chiedere un passaggio. La materia e le sue anime. Gli intrecci, gli sguardi rubati, i sorrisi dei mai più. Ma è una mezza libertà. Per lo più il destino e il caso decidono chi e dove. A noi rimangono solo i perché.
Partono i vecchi schermi, quelli che si perdevano in un nero misterioso di un freddo MS-DOS, quelli della TV analogica, con l’antennina da regolare a mano, con la manopola che prima o poi si rompe sempre, con le forme bombate e pochi pollici ma sufficienti. Arriva la nuova tecnologia sempre più sensibile che nemmeno ti puoi permettere di sfiorare sennò si prende un virus e buonanotte al secchio!
Partono i missionari del lavoro per terre lontane, per una speranza, per un invito clandestino alla felicità. Partono e sognano un sogno collettivo mal pagato. Partono e non ritornano più. Arrivano i nuovi sognatori, tutti sporchi e maledetti. Arrivano e affollano le metropolitane, i treni e le stazioni, i sotterranei e le notti brave. Arrivano e non riconosciamo loro nessun sogno collettivo.
Partono i tir di notte per le autostrade, con le occhiaie malconce, la barba trascurata e i sorrisi color caffé. Partono in una nuvola di nicotina e sfidano il loro record d’insonnia. Arrivano le signore al supermercato. Arrivano presto e vogliono che sia tutto lì. A disposizione. Fresco e conveniente. Arrivano presto e passano ore nel decidere, pur credendo di sapere quello che vogliono. Finalmente arrivano anche alla cassa che parla con i bip e che ha lo sguardo apatico e stanco, peggio di chi fa la fila.
Partono i politici per rappresentare un Paese e i suoi interessi. Gli interessi di pochi. Partono per ambasciate con belle parole di democrazia e cravatte e giacche sempre nuove. Arrivano in patria con trionfi industriali e finto orgoglio nazionale. Arrivano e devono combattere con la giustizia. Nessuno è profeta in patria perché la patria non ha bisogno di profeti ma di giustizia.
Partono i fogli della burocrazia, verso scatoloni e archivi impolverati. Partono e rimangono sospesi nel dimenticatoio, pronti a riemergere come bombe abbandonate di una guerra già trascorsa. Pronti a tornare come incubi dimenticati e lontani. Arrivano le multe da pagare, gli errori degli impiegati, dei tecnici distratti. Arrivano gli scempi dei contratti firmati con i soldi pubblici. Arrivano senza responsabilità, tanto paga il contribuente. Salviamo l’azienda. Salviamo la fabbrica. Salviamo l’aeroporto. Salviamoci il culo. Si salvi chi può!
Partono l’etica, la morale, il lieto fine, l’amore eterno e vissero tutti felici e godenti. Arrivano i volti rifatti, le vecchie glorie, ritornano gli amarcord, il senso della stabilità, tutti stipati nelle nostre piccole gabbie dorate, come canarini che muoiono di solitudine. Avere le ali e non poterle usare. Avere le ali e avere la paura di volare. Il viaggio è finito. Il viaggio finisce con la paura. Con la noia. Partire, arrivare. Arrivare ma non fermarsi. Partire come morire. Morire solo per un po’. Arrivare e avere la voglia di morire un altro po’, ma altrove.
Cosa fare?
Cosa pensare?
Cosa augurarsi per la vita?
La cosa più bella che ho da dire è buon viaggio.

mercoledì 11 novembre 2009

Giorni di luna

Controllo la mia dose di attese. Controllo la mia dose di doveri. Controllo i numeri. Controllo la mia dose di tossicità a disposizione. Controllo chi mi controlla. Il controllo è sorprendente finché non ne faccio abuso, perché la spontaneità ti libera da te stesso ma non dai problemi degli altri. È appena caduto un muro da 20anni e intanto ne abbiamo eretti tanti altri, più pericolosi e più invisibili. Non impariamo mai. Ci affidiamo alle promesse e all’arte oratoria. Il numero fa la differenza. Il grande numero è la nostra preoccupazione. Poi i conti non tornano mai e ci anestetizziamo davanti alla TV e ad un buon bicchiere di vino in cartone che sa di poco. Un'altra dose di anestetico per queste ossa rotte. Un’altra dose di bugie per questo cuore ancora in piedi. Tutti ci auguriamo a vicenda un buon giorno. A volte riusciamo pure ad essere sinceri, ma per poco. Buongiorno. Cos’altro dire? Controllo i miei sguardi. Controllo la mia pelle. Il pensiero è veloce. Le frasi si accorciano. Gli ideali di indipendenza si trasformano in un fenomeno commerciale. Siamo tutti qui per vendere e comprare. Siamo tutti qui per rubare e guadagnare. E poi aspettiamo l’assoluzione tra una benedizione e un’acquavite. Il mastro non so che cosa cerca una vite per reggere il mondo in equilibrio e conosce bene le ragioni dei suoi affanni e forse vagamente quelle degli altri. Tutto è come un carosello macabro che ritorna. Gli aerei cadono bassi e le anime non ce la fanno ad alzarsi ad un palmo dalla normalità. Non rimane che un mormorio indistinto di non so che cosa e d’altro canto sarebbe inutile cercare un’altra spiegazione. Cosa vuoi? Era solo un lunedì.

sabato 3 ottobre 2009

Newton e la noce di cocco

Giamaica 1668

Isaac, oggi ti iscriverai all’università. Non è meraviglioso!?
Veramente, madre, preferisco migliorare la mia tecnica degli origami. Proprio in questi giorni sono riuscito a creare un tronco di cono assolutamente perfetto della lunghezza, pensa un po’, di 38 centimetri! Non è stupefacente!?
Centimetri? E cosa sono i centimetri?
Ma madre, è un sottomultiplo del sistema metrico decimale, con il quale noi giovani moderni misuriamo lunghezza e profondità. È uno sballo!
Lascia stare i centimetri, gli origami e tutte le altre diavolerie! Oggi tu ti iscriverai all’università di Kingston. E niente discussioni!
Ma i miei origami ripieni di canapa sono molto apprezzati in paese! Tutti i ragazzi mi adorano per le mie doti tecnico-scientifiche. Credo di diventare famoso e perché no, anche ricco. Voglio brevettare e vendere i miei origami. Con degli amici abbiamo pensato di creare una società. Siamo ancora indecisi sul nome; potrebbe essere la Kaia Corporation, oppure Happy Ganja, ma a me piacerebbe chiamarla T.H.C. International.
Isaac, non è una buona idea fondare una società con dei coltivatori diretti di canapa.
Ti dico che è davvero una buona idea, e poi la mia non è solo una passione, è qualcosa di più. E poi sono in ritardo rispetto agli altri studenti. Ho dedicato questi anni agli origami e non so se l’ambiente universitario possa accettare un ragazzo di campagna e la sua canapa. Quella è gente di città. Non è come noi, che vive di cose semplici.
Niente da fare. Devi crearti un futuro, e non puoi trascurare la cultura.
Madre, in verità sto pure scrivendo un trattato sulla canapa, lo chiamerò Philosophiae Cannabis Naturalis Principia Activia Mathematica.
La canapa non ti porterà mai da nessuna parte. Il mondo si evolve, stiamo andando verso l’industrializzazione. Non puoi continuare a vivere isolato nel tuo verde campo coltivato. Lo dico per il tuo bene. Oggi ti iscrivo all’università e niente più discussioni! Non è meraviglioso!? Isaac! Isaac! Mi ascolti? La finisci di fumare!?
Ah si…madre. È meraviglioso. Va bene, oggi mi iscrivo all’università. Si, è meraviglioso. È proprio uno sballo! Un tiro?
No, grazie. Devo preparare il pranzo.

In pochi anni Isaac recuperò gli anni perduti, e addirittura divenne più bravo dei suoi docenti, tra i quali c’era il noto matematico Adrian Cepu. Purtroppo una grave pestilenza aveva invaso le città ( che fu denominata Peste Gelminica, dal nome della professoressa che per prima aveva accusato i sintomi del malanno ). Questo morbo faceva diventare intolleranti e sciocchi, inibiva l’emisfero sinistro del cervello e portava le persone ad assumere atteggiamenti di onnipotenza. Per questi motivi le università chiusero e gli studenti furono costretti a spostarsi nelle campagne.
Isaac tornò al suo orto e continuò a studiare le discipline matematiche. In più, questa pausa, gli permise di coltivare il suo hobby, la sua vera passione. Un giorno, decise di andare al mare con degli amici per fare degli esperimenti per perfezionare i suoi origami. Dopo una serie di difficili esperimenti, alcuni si dice raggiungessero il mezzo metro ( forse Newton costruì la prima canna da pesca moderna, ma non ebbe mai modo di brevettarla ), i giovani scienziati si sdraiarono sotto una palma, felici del lavoro, ad osservare la natura. Improvvisamente, una noce di cocco cadde sulla testa del nostro Newton. Da lì in poi cominciò a farneticare strane cose; voleva dimostrare che la luce bianca è composta dalla somma di tutti gli altri colori. Disse pure che aveva scoperto la forza di gravità ( effettivamente una noce di cocco che ti cade in testa da tre metri di altezza è una cosa molto grave ), e formulò le leggi del moto ( ma si muoveva in modo molto strano e sciolto ). Nessuno era interessato ai suoi nuovi studi, con cui sosteneva di poter cambiare la visione del mondo. I sui scritti sull’uso della cannabis in medicina furono banditi e finì per essere dimenticato da tutti. Passò il resto della sua vita in solitudine a fare esperimenti e ad osservare il moto dei corpi celesti, che poi erano il lampadario della cucina e i ragni che si muovevano sul soffitto.

venerdì 2 ottobre 2009

Primavera acerba

Il legno vecchio dei portoni vibra forte e quasi si crepa. Vibrazioni incoscienti. Transistor ignoranti, al servizio di orecchi giovani e sporchi, suonano cantanti che hanno capito che il rock fa parte dell’adolescenza. E poi tutto diventa pop, tutto diventa popolare, tutto diventa un’illusione da vendere.

La madre al figlio
Potresti abbassare un po’ il volume?
La madre al figlio, dolce anche nel richiamo. Quasi timida, saggia e inquieta.

Il figlio alla madre
Anita! Anita! Questa sera le prendi… Anita! Anita! Stai zitta!
E altre cose brutte dette da una voce rauca, cavernicola. Tutto suo padre!

La madre al figlio
È arrivata Erika. Ti sta aspettando…
La madre al figlio, la ragazza al portone e un vuoto stupido, falsamente imbarazzato.

Il figlio alla madre
Ah si…dille che scendo.
M’importa e non m’importa di lei. Adesso stavo bene come stavo. Col volume alto. Mi piace davvero, mi piace il suo culo. Mi piace farla aspettare come una prugna secca al sole, per ore e ore sotto al sole. Per poi consolarla. Poi le dico che mi dispiace e che lei mi interessa, che poi so io qual è la sua parte migliore.

Primavera stupida e acerba.
Gli ottusi sembrano saggi e forti.

domenica 20 settembre 2009

Impressioni di Lola


Hanno un po’ tutti perso lo smalto, il guizzo, quella giovane spensierata luce che traspira dalla pelle. Sono un po’ tutti mezzi addormentati, e quelli più svegli sembrano appena usciti da qualche incantesimo sotto spirito; e portano addosso un colore ingiallito, alquanto innaturale. Lola ha scelto già. Non parla e mostra la sua idea del mondo, fatta di si e no, di bianco e nero divisi in modo netto. Dividere e decidere. Decidere e tentare. Tentare e sbagliare. Tentare e vivere. Andarsene per un “si”. Rimanere per un “no”. Sembra semplice. Intanto tutti gli altri hanno facce di cera e parlano male e a stento. Ma sono convinti di fare la cosa giusta e in modo giusto. Il maniaco sembra un uomo buono e in fondo lo è; è solo un uomo buono con le sue manie. Il maniaco non sa bene cos’è e non è libero, mai. I volti di cera parlano e pensano a rallentatore. Sono ronzanti come mosche di fine stagione, confuse e morenti. È una stupida lotta per la sopravvivenza e pare ci sia posto per tutti. Ma la sopravvivenza non basta e Lola sembra averlo capito. Sussurra piano qualcosa che la porti lontano dalla noia e borbotta distratta frasi incomprensibili.
Dividere e decidere. Decidere e tentare. Tentare e sbagliare. Tentare e vivere.
Un pensiero semplice, una decisione netta le risolve tutto. Questo è bello, sembra dire. Questo non mi piace. Questo è bianco, questo è nero. Niente sfumature. Prendere o lasciare.

sabato 18 luglio 2009

Charango


Ho messo addosso i primi colori che ho trovato. Senza fare differenze. Ho le nuvole in testa e in un occhio la luna, nell’altro il sole. Il mattino mi sorride e la vita quando te ne accorgi è solo un viaggio. Nient’altro. Charango posa sotto un albero e aspetta che il vento soffi nella sua pancia. Ha ancora le corde spettinate e non gli importa di niente. Jambo Bongo non si è più fermato dall’Africa in poi. Batte il suo ritmo con la mano mancina in tempi dispari. Stringe i denti bianchissimi sotto labbra scure e fa penzolare il suo lungo pizzetto di rame rosso tra ragazzini di stile yankee che recitano rosari con cadenze rap.
One two tree four!
One two tree go!
Ogni linea può essere importante. Ogni linea da se non sembra una grande cosa. L’intreccio è il disegno magnifico che ci dà la ricompensa, senza aver chiesto nulla. Il senso del viaggio. Non farsi mai manovrare. Viva le corde spettinate e i fili liberi. Che pena esser burattini obbedienti!
One two tree four!
One two tree go!
Kalimba si avvicina discreta e mentre la frenesia di quattro Jambè pestano allegramente la terra e ravvivano tutto ciò che trovano, si permette di sussurrare con voce tremante i toni psichedelici di questo mondo a tutte le creature. Malinconica cura per chi non ha bisogno di sciamani. Un tuffo dove la vita scorre più lenta e il fango è una pasta coloratissima.
Viva charango e la ribellione!
Viva le corde spettinate e i fili liberi!

domenica 5 luglio 2009

Spaccateste


È quasi sera. Dovrei tornare indietro. Se solo sapessi dove andare? Credo di essermi perso. Perso rispetto a qualche dovere. Ma nella vita è più una questione di volontà. Chiedo informazioni. Ormai è tardi. Il posto è alquanto tetro, ma più avanti sembra peggio. C’è un cancello verde scrostato di bianco e celeste pallido. Vegetazione senza controllo e rumori dal di dentro. Dei colpi. Colpi forti ma morbidi. Entro. Chiedo permesso.
Si può?
Nessuna risposta. Proseguo. Vedo un signore grosso, grasso, rosso, lentigginoso, una massa di carne e sudore. In una mano un machete, nell’altra sangue e schegge d’ossa. Davanti un albero tagliato all’altezza delle sue ginocchia. Un bell’albero, di quelli che se potessero parlare direbbero solo la verità, cronache secolari. Un racconto senza commenti. Senza nulla di superfluo.
Buona sera. Volevo un’informazione. Credo di essermi perso
Prima o poi finite tutti per perdervi. Prima o poi tutti si perdono. Qualcuno arriva qui. Qualcuno si smarrisce molto prima.
Già. Si, vede volevo sapere solo che strada fare.
È una bella domanda. È una grossa domanda. E tu la chiami informazione!? È qualcosa di più. Ragazzo! Potrebbe essere qualcosa di vitale.
Sei stanco?
Beh si…
Sai quando ti sei perso?
È difficile a dirsi.
E vorresti sapere qual è la strada! È proprio una grossa domanda! Ci vuole tempo. Ci vuole tempo per rispondere. Tu, dimmi…ce l’hai del tempo?
Credo di si…
Bene. Quanto?
Non saprei. Mi sono perso, e a questo punto il tempo non conta molto.
Già. Forse non ti sei perso del tutto. Loro si, invece.
Loro chi?
Quelli che arrivano qui. Quelli che arrivano qui non lo sanno di essersi persi. Non ci pensano. Non ci credono. Pensano al tempo.
Continuo a non capire. Il ceppo secolare ha un cuore putrido, vermiglio e maleodorante. Da una cesta il grosso tizio prende qualcosa. È una testa.
Vedi?
Si. Cos’è?
È una testa. Hai paura?
No. Non è la mia. E se così fosse, sarebbe troppo tardi per aver paura.
Giusto. È una testa. Una testa d’agnello. Condannato dalla sua natura. Troppo tenero per non essere mangiato. Troppo timido per non farsi mangiare. Troppo facile da uccidere. Troppo buono per resistere alla tentazione di un pranzo domenicale.
Se vuoi saperlo non so bene che sapore avesse. Non è stato il mio di pranzo. A me arrivano solo le teste. Vedi, se avesse la testa attaccata al corpo sarebbe ancora un animale con qualche speranza. Invece si è perso. E qui arrivano solo teste. Qui ci arriva solo chi si perde. Chi si perde del tutto. E chi arriva qui non ha bisogno di tornare. In verità non lo merita.
Perché?
Non c’è un perché. So solo che è così. In non giudico. Non sono un giudice. Non sono nemmeno un boia, se è questo che ti stai chiedendo nella tua testaccia ancora attaccata al collo. Quindi non compete a me sapere il perché.
Chi è lei?
Nessuno di preciso, oramai. Sono uno spaccateste. Mi si potrebbe chiamare così. Ma non è ne un lavoro ne un passatempo. Non so. Potresti chiamarlo senso del dovere. Più che altro non c’è un senso. Il mio mondo si divide così. Da un lato le teste, quelli che si perdono dico io. Perché da qui non ritornano più. Dall’altra parte ci sono io, che non giudico, non condanno e non assolvo. In mezzo il machete.
Che senso ha?
Dovresti chiederlo alle teste. È colpa loro se si perdono. Oppure è la vita che ha voluto così. Non c’è un senso. Non c’è un perché. Ognuno fa quello che deve fare. Io spacco le teste.
Tu?
Io cerco.
Bene. Questo vuol dire che non ti sei perso.
Poi estrae un’altra testa dalla cesta in vimini circondata da mosche ronzanti e fameliche.
Chi è?
Non so. Potrebbe essere un uomo cattivo. Forse un uomo buono ma stupido. Forse uno che si credeva furbo. Ma non lo era in fondo. Adesso sembra solo un disgraziato. Sotto la sua testa c’è una cravatta. Ma le cravatte non reggono il collo. Forse il suo errore è stato scegliere male la cravatta.
Imperdonabile baby!
Crac!
Un colpo deciso. Uno schizzo sul grembiule. La lama risuona intensa e morbida.
Vedi? Non c’è un senso. Soprattutto, perché la mia vita non la puoi spiegare alle teste. Loro non ti crederebbero mai. Troppo impegnate a perdersi. E continuerebbero per la loro strada.
Tu invece perché ti sei fermato?
Non lo so. Forse sono stato solo fortunato. Forse ho le visioni. Si. Credo di avere le visioni.
Credo sia un bene avere delle visioni. Anche se non si possono raccontare, servono a qualcosa in fondo. Credi. È un bene. Ed è bene che tu vada via.
Si. Penso sia giusto.
Ti basta solo seguire un’altra visione per tornare. Non chiedere nulla di più.
Addio.