martedì 12 agosto 2008

Rapid Eye Movement


Ecco un nuovo trucco! Chiudere gli occhi per non farsi confondere dalla realtà in superficie. Chiudere gli occhi per non fermarsi all’aspetto visivo. Chiudere gli occhi e ascoltare bene. Snocciolare la verità. Chiudere gli occhi per non farsi ingannare. L’eleganza è un pitone albino che vibra in sonagli perfettamente circolari. La bellezza sfiora le sopracciglia come il vento. E il vento non lo puoi tenere per te. È solo di passaggio. Può distruggerti o sollevare. Puoi solo dirti fortunato se sopravvivi. Chiudi gli occhi e senti. Ascolta. E non importa se non riesci a raccontare qualcosa. Puoi passarmi la frequenza e l’elettricità. Puoi passarmi qualcosa che non invecchia e che ritorna vivo e immortale. Puoi sorridere e rischiare la follia. Puoi rannicchiarti sotto una pioggia di energia plumbea che scioglie il bronzo in oro, e gratta dalle tue spalle ogni peso. La mia inutile visione surreale rende giustizia alla vostra realtà di piombo. Tutti carnefici e tutti vittime per un pezzo di pane secco da mangiare senza denti e un orgoglio superiore alle vostre coscienze. Chiudo gli occhi ed è fantastica la vertigine del mio orecchio. Puoi inseguirmi nei miei sogni e nelle mie visioni. Ma non mi prenderai con una mano sugli occhi. Ne potrai mai perdonarmi per quello che faccio di me stesso. Non vi giudicheremo ancora a lungo. Saremo felici sopra e sotto le palpebre. Staremo zitti sopra e sotto le labbra. Muoveremo il mondo con gli occhi.

domenica 10 agosto 2008

I papaveri muoiono sotto il grano


Hai mai visto persone felici? Hai mai visto persone innamorate? Felici di esserci e innamorate della vita, anche se non è sempre il massimo. Ci sono le formiche, le cicale e poi ci sono le persone innamorate. Quelle che si innamorano sempre, anche per una sciocchezza, che si piegano come le formiche e cantano come le cicale. Che hanno il sudore al posto delle lacrime, che hanno la pioggia al posto delle lacrime, che se piangono, piangono per davvero, e li, non ci puoi arrivare. Che se ridono, ridono per davvero, e li, non ci puoi arrivare. Che sono come un ventaglio e un paio di occhiali da sole, che sono come un martello e due chiodi in bocca, che sono come una chitarra e un bicchiere di vino buono, che sono sempre li, pronti ad essere pronti. Sempre li, pronti ad andare lontano. Sempre li e contenti di restare. Ogni pena è una ruga e ogni ruga scava un sorriso in volto.
Hai mai visto persone felici che non hanno religioni, credi o sogni troppo grandi? Hai mai visto quelli che si perdono nelle piccole cose e sembrano eterni bambini? Li trovi li, come i papaveri sotto il grano. Persi nella filiera della produzione. Nella grande catena. Sono lì a colorare il campo di punti rossi. Persi nell’oro a buon mercato. Persi nella società della pop-art. Che quasi non ci fai caso, ma ci sono. Che si ammalano e nessuno se ne cura. È dura essere quello strano. È dura cercare di adattarsi. È dura essere fiore di campo e non fior di grano.

sabato 2 agosto 2008

Jazz & Peroni

Notti di note blu, notti annotate con le unghie, notti note ai meno e care a noi, i più, sempre di più, sempre più alla deriva in un anonimato che osserva e si guadagna una vita povera, misera ma bella. Jazz e Peroni, musica politica e birra economica. Musica per un’atmosfera dalle mille sfaccettature e dalle mille contraddizioni. Birra per curarsi e stare un po’ male. E ogni personaggio suona le sue note blu nel chiacchiericcio fumante di tavoli e sgabelli. Una chiacchiera be-boppa veloce come su un piatto enorme mentre swinga una risata e trip to trip, chick pa chick, fly, drive, cry, smile, try.
Ok, si, ma per niente. Si. Ma è ok.
Le lingue di fuoco s’arrotolano e bruciano le nostre tele, i volti sbiancano, le teste sono già in pose plastiche e poi, poi un colpo allo stomaco, è come mangiare ghiaccio.
Ok, si, ma per niente. Si. Ma è ok.
Il temporale ci aveva abbandonati a noi stessi ed eravamo veramente noi.
Come si fa ad uscire da questo cubo magico? Da questa trappola colorata.
Questa vita è un gioco, ma è un gioco serio.
E trip to trip, chick pa chick, fly, drive, cry, smile, try.
Appena posso, si, certo. Appena puoi. Beh, in fondo avere ragione non conta molto. Avere ragione non conta. Conta avere. Ma sai…no…non lo so. Non lo sappiamo e giriamo attorno al cubo per trovare la soluzione. È inutile fare forza. Va a finire che si rompe. Si. Forse dovresti dare un segno e strappare la realtà. E già.
Un gran pa pa tuh chak! E poi ancora trip to trip, chick pa chick, fly, drive, cry, smile, try.
Il contrabbasso suona da Dio ma ha un grande vuoto in corpo. E più si svuota più riesce a riempire le distanze. Più sente dolore più si percepisce una presenza viva, vera. Il trombone smilzo si prende una pausa. Poi tutti alzano gli ottoni al cielo e battono i piedi tip e i piedi tap, mentre una nuvola tossica ma invisibile si alza su per la collina. Nebbia che uccide. Si potrebbe andare all’infinito in un trip to trip, chick pa chick, fly, drive, cry, smile…try, try, try…ma c’è questa cosa strana nell’aria. Penso di non averti mai visto così bene prima di questa sfumatura Questa luce fioca in quest’aria consumata mi intossica e m’illumina. E non penso che nessuno abbia avuto il modo e il tempo o la voglia di dire ciao, addio, arrivederci o qualcosa di simile. Bene.
Ok, si, ma per niente. Si. Ma è ok. E ancora fly, drive, cry e trip to trip, chick pa chick, fly, drive, cry, smile, try.

domenica 27 luglio 2008

High speed


















Can anybody fly this thing?
Before my head explodes,
Before my head starts to ring
We've been living life inside a bubble,
We've been living life inside a bubble

Confidence in you,
Is confidence in me,
Is confidence in high speed

Can anybody stop this thing?
Before my head explodes,
Before my head starts to ring
We've been living life inside a bubble,
We've been living life inside a bubble

Confidence in you,
Is confidence in me,
Is confidence in high speed
In high speed
In high speed, you want,
High speed, you want,
High speed, you want

( Coldplay / Parachutes 2000 )

Che malattia vedere la lancetta spingersi avanti sui numeri del tachimetro. Che tentazione il sorpasso. Sono ad alta velocità e l’asfalto sfuma come celluloide rovinata dal tempo e non mi fa capire che film è questo. E ogni sorpasso è un rischio. Sempre più veloce e intorno nell’aria una musica un po’ lenta, il sole sta per scendere e le mie braccia sudate riflettono oro vivido. Non si dice. Non si fa. Ma se riesco a controllare la curva so di poter respirare. Le mie ore sono piene di tipi folli. Folli d’appartamento. Paranoici della precisione, storti e piegati dagli eventi. Folli da strada, viandanti e gente che si perde continuamente. Folli da calcolatrice, perché tutto è un calcolo e le somme e le equazioni non sono mai giuste. Tiro un altro po’ e penso di uscire tardi quando la serata per molti sarà quasi al termine. Ma la notte, la strada, sono terra di nessuno ad una certa ora.
Sopravvivere ad un’altra curva e pensare che in fondo non è una pista. Non è nemmeno un gioco. Ma ho un lucido controllo e questo mi basta. Chissà perché i miei chilometri non sono come i tuoi, forse sono più lunghi. Chissà perché le mie ore non sono come le tue. Chissà perché non è una domanda, è solo un sovrappensiero. Riconosco molte persone ma non ne saluto nemmeno una. Nemmeno loro si sono accorti di me. Mi piace osservarli quando non si sentono osservati. E poi mi concentro sugli estranei. La rossa grassa col culo grosso saluta, la bionda triste sbotta e sputa, il vecchio con la macchina fresca di concessionaria non arriva a cambiare la marcia. Col suo motore nuovo nuovo che io me lo sogno, e lui non ce la fa proprio. I solitari aspettano le puttane, come i diamanti. E altrove qualcuno regala felicità, un aperitivo e qualche parola giusta. Giusta per l’occasione. Qualcuno non se lo aspettava. Qualcuno conta fino a 10, 100, 1000 prima di sclerare e poi perde il conto. Qualcuno si nasconde e aspetta un rituale senza strappi alle regole. Alta velocità e non credo ci sia un limite. Alta velocità e qualche testa scoppia. Alta velocità e non si torna indietro. Alta velocità e bassa qualità. Si. Ma quello che importa è spingersi anche se la visuale è limitata. Anche se si sacrifica la squadra. Alta velocità non pensare. Non pensare. Spingi! Alta velocità e bassa qualità.

sabato 26 luglio 2008

Mala natura



Questa è la canzone del diavolo che sconta le sue pene e la sua mala natura.
Che sprofonda nelle viscere della terra e non s’arrende, che urla e latra versi al cielo, perché guarda al cielo con occhi senza misericordia, cacciato per sempre e costretto alle fiamme.
Questa è la canzone di un povero demone che si lega alle caviglie di chi esorcizza il male e sogna il bene, che cammina in strada e non può volare perché possiede ali troppo piccole. Non c’è niente di male in queste percussioni. Non c’è niente di male sotto le gonne che volteggiano attorno un punto che non si sfiora e cercano l’altra anima dannata. Niente di meglio che schiacciare il diavolo sotto i piedi in una danza tarantolata. Questa è la canzone della follia che interpreta il divino amore in un bicchiere di vino con un bacio umido di vita. Questa è la canzone dei berretti rossi custodi delle idee. Questa è la canzone dei viandanti sotto la luna. Posso dire che il bene e il male si assomigliano nelle vesti e nei laccetti. Posso dire che il bene e il male non si attraggono e si respingono nel ritmo eterno e non si sfiorano mai attorno un punto o ad una figura umana.

domenica 20 luglio 2008

Interpretare Dio

Ci siamo inventati Dio e la sua discendenza.
Ci siamo inventati la casta, i nobili, i sovrani e i politici, reclame sempre uguali da millenni, trasfusioni di sangue blu, pallido nei volti e meno umano nelle intenzioni.
Ci siamo inventati la rivoluzione, guerre e maratone, passa il testimone ed ecco i nuovi figli del sole, sempre più pallidi. Ci siamo inventati i vampiri, i grandi condottieri liberatori delle masse, nuove leghe per il ferro e l’acciaio, nuove alleanze e nuovi territori da spartire.
Ci siamo inventati la democrazia dove tutti sono liberi e dove ognuno può lavorare per la libertà propria e altrui. Ma vuoi mettere sentirsi più agili del prossimo, più scaltri e ricercati?
Ci siamo inventati il mondo piatto, poi quello a sfera, poi la vita su altri mondi.
Ci siamo inventati le piramidi, dove un gioco archeologico di interpretazioni si perde per ogni nuovo scavo. Ci siamo inventati le roccaforti, i monasteri e i chiostri, dove alla pace del marmo che passa sotto ai piedi e riecheggia nei porticati si contrappone la voce arrogante di religiosi sboccati e miseri nella loro centralità.
Ci siamo inventati i bar dopo il lavoro, ci siamo inventati i bar prima del lavoro, ci siamo inventati i bar nell’attesa del lavoro. Ci siamo inventati gli alfabeti, lingue e scritture e poi, come animali che inseguono la bellezza e perdono un po’ di grazia, ci accontentiamo di confonderci e parlare con gli occhi, le mani e le pieghe del volto.
Ci siamo inventati la satira, le maschere e la censura. Ci siamo inventati la magia, l’alchimia, la chimica e i processi nucleari. Abbiamo catalogato tutto…un giorno qualcuno vedrà la nostra idiozia conservata in una scatola lanciata nello spazio.
Ci siamo allontanati all’inverosimile da noi stessi cercando altrove senza avere bene in mente le domande. Interpretare Dio e chi dice di conoscerlo. Interpretare questo vortice immenso che piano piano si consuma e si riprende. Interpretare oppure lasciarsi andare cercando di sciogliere le smorfie di dolore e piegare il volto in un sorriso, un sorriso accennato e disteso. Guardo il mondo e mi specchio ogni giorno di più.

sabato 5 luglio 2008

Un’altra addizione


Uno sguardo meno un sorriso fa uno straniero, anche in patria
Un sorriso più una frase astuta fa una fregatura
Una legge più una legge più una legge fa ingiustizia elevata alla burocrazia
Una rivoluzione diviso il numero delle vittime rende sempre un assurdo
Una casalinga più un disperato più un pensionato più un bambino più uno scomparto di pile lamette e preservativi fa una fila alla cassa del supermercato
Una birra più una birra più qualcos’altro fa un ricordo confuso virgola tempo d’ozio
Una parola detta male più qualche urla fa un silenzio atroce
Un sogno più un sogno non fanno quasi mai una vincita al banco lotto
Un viaggio più una bella fotografia fa un nuovo biglietto per partire
Questo tempo meno te fa male
Io più io fa siamo già in troppi ma manca sempre qualcosa

mercoledì 11 giugno 2008

Ho paura di me stesso


Perché ho bisogno di sensazioni forti.
Perché mi sento o troppo allegro o troppo triste. Perché voglio tutti i colori e poi, alla fine, scelgo sempre un bianco e nero che ha stile. Uno schizzo bizzarro. Qualcosa che squarcia il mondo senza dettami.
Geometricamente indipendente.
Perché sono esagerato a modo mio. Dall’altra parte cerco la semplicità, e nella semplicità il modo migliore per vivere e per contraddirmi. Perché mi ci vuole un parametro che possa amare e odiare allo stesso tempo. Ho bisogno di piccole rivoluzioni. Di sfidarmi senza mostrare agonismo. Di essere il primo e sentirmi come l’ultimo.
Devo cambiare sempre e ogni volta vacilla una paura che devo superare. Supererò anche questa prima della prossima rivoluzione. Posso spiegarti la mia vita, ma sarebbe inutile. Preferisco parlare di me come di qualcun altro. Preferirei non parlarne. Preferisco uno scontro romantico con la vita. Supererò pure questo prima della prossima rivoluzione. E questo taglio rosso e caldo implica solo un silenzio.

domenica 8 giugno 2008

Ho sempre me


Questi dadi
non segnano mai più di dieci
fanno così … per non compromettersi

La stanza in cui vivo è un dado,
ma non ho abbastanza mani
per tirarlo lontano

Distanze che non percorro mai
per una probabile carenza d'ossigeno,
devo ancora imparare a respirare
ma mi va bene così
e non ho tempo per cambiare … poi

Ho sempre me
Ho sempre me
Ho sempre me
Ho sempre me

I tuoi grandi sorrisi
accendono il buio
però menti se scrivi che
torni subito

O forse è meglio così
io non t'aspetto
potrei avere qualche problema se tu
tornassi davvero, ma …

Ho sempre me
Ho sempre me
Ho sempre me
Ho sempre me


Cristina Donà / Tregua 1997


Ho acceso tutti gli stereo, i lettori dei computer, le radio e gli amplificatori. Ho alzato moltissimo il volume e ho l’umore che rimbalza dal pavimento al soffitto. Ho chiuso bene la camera e ho spento le luci. Le spie e i led bucano il buio come lucciole. Ho acceso le candele e non trovo gli incensi. Li dovrò comprare…. Tarantolato, oramai non mi resta che ballare con gli spiriti immaginari e fare un viaggio nel tempo.
Suonano forte i tamburi, riecheggiano i pianoforti, svalvolano le chitarre. Ho in mente i libri non letti. Ho in mente le melodie che non riesco a suonare. Sono lontano dalle parole. Molto lontano. Sono contento pure di non cercarle. I volti si sciolgono con leggerezza. Per primo il mio. Ma è solido negli intenti.
Batti tamburo! Batti il muro! Batti!
Nessuna giustifica! Nessuna soluzione! Nessun esorcismo!Nessun invito! Nessuna sfida!
Adesso ho i pensieri tonici e un sorriso trasparente. Una nuvola nera sul capo che posa sopra il mio cappello a punta. Ho voglia di fare un giro. Di prendere un gelato. Di riempirmi di niente.

venerdì 6 giugno 2008

Succhia miele


Piccoli campanelli suonano nel vento e non sai mai se sono un po’ avanti a te o se li hai già lasciati dietro.
La eco di un vuoto a se ronza persistentemente, e non sai fare domande, tantomeno rispondere. Ce l’hai qualcosa da dire. Ce l’hai qualcosa da sentire. Ce l’hai un gioco nuovo appena inventato, che tieni stretto in un silenzio. Un giro di parole che non sono tue e un infantile diffidenza strappati assieme da un sorriso. Sono tutti li sul lato della strada i fiori di campo. I fiori pazzi. La grazia abbandonata e selvatica. Fermati pure. E succhia il miele di nascosto. È semplice.
È semplice. Si prende un fiore e lo si tira in bocca. Tira pure il fiato col naso. Tira forte e schiaccia un po’ la corolla. Appena sopra il calice con la punta della lingua trovi il dolce e un pizzico all’anima.
Ce l’hai qualcosa da dire. Ce l’hai qualcosa da sentire. Ma evita e goditi il momento. Due dita affondate tra le vertebre e una mano che abbraccia il collo dal basso verso l’alto. Torna a casa e aggiustati le labbra.