domenica 15 febbraio 2009

I Love Jesus

giovedì 12 febbraio 2009

Babele



Bisogna mettere travi più resistenti. Abbiamo pensato di trasportare grossi blocchi di pietra su per il fiume. Ci vogliono più operai. Altre squadre di operai. Operai a basso costo. Ci vogliono più blocchi di pietra. Più travi. Ci vuole più impegno. Più sudore. Dobbiamo buttarci il sangue!

L’ingegnere che sognava di diventare un ingegnere, parla per ore e cerca di dare spiegazioni, spiegazioni tecniche. Parla, parla, parla, ma nessuno sa quello che dice. Nessuno segue i suoi paroloni e le sue ipotesi; i suoi calcoli, le sue convinzioni.

Non chiedetemi come ha fatto l’ultima torre a cadere! Non lo so. Eppure, i miei calcoli erano giusti, più che giusti. Erano calcoli esatti e voi lo sapete. Non riesco proprio a capire come abbia fatto a crollare giù?

E mentre l’uomo si perdeva nei suoi calcoli la sua lingua s’allungava fino ad uscire fuori dalla bocca. Un cane. La lingua se ne usciva e s’allungava, sempre di più. Ma l’uomo non ci badava e continuava a parlare, spinto dalle sue convinzioni, dai suoi progetti. Fino a che la lingua cominciò a sanguinare sotto i denti ciarlanti e non si riusciva più a capire una parola.

Signore lei sanguina!
Se continua così si staccherà la lingua da solo!
E che fine faranno i suoi progetti?


Nessuno capì se nel battere i denti sulla lingua l’uomo volesse dare una risposta a queste domande, o se fosse un riflesso incondizionato del dolore che provocava altro dolore e altro sangue, o se stesse ancora cercando di spiegare il suo progetto. Poi qualcosa di simile a una parola gli staccò la lingua. Un cane che urla prima di morire. L’uomo cadde a terra.

Avete visto? Gli è caduta la lingua! E adesso che fa? È incredibile! Cerca ancora di parlare, di spiegarsi. Steso a terra si è messo a disegnare linee e numeri tingendo di sangue l’indice che affonda nella lingua mozzata come si affonda la penna in un calamaio.

Così diceva il matto dai piedi grossi andando avanti e indietro senza sosta. Due piedi dalle dimensioni incredibili. Due piedi messi in due scarponi di cuoio che non avevano nemmeno la numerazione. In realtà non erano dei veri e propri scarponi, niente che un calzolaio potesse mai immaginare di creare, neanche il peggiore tra loro. Erano delle toppe di cuoio cucite male su due pezzi di legno.

Oddio! Non lo capisco! Che dice? Dice che sta morendo? Oppure non se n’è accorto? Non lo capisco! Cosa sta dicendo? Cosa sta scrivendo? Ma almeno ci sente? Se mi metto a urlare mi ascolterà?

Avanti e indietro. Avanti e indietro. Avanti e indietro.
L’uomo non trova pace e continua a non capire. Suda e borbotta. Se ne sta sotto al sole e va avanti e indietro. Soffre perché non riesce a capire. Vorrebbe fare qualcosa. Qualcosa di utile ma non fa altro che trascinare i piedi sul terriccio e non esce dalla polvere. Non riesce a fare niente che possa aiutare il moribondo. Vorrebbe forse una spiegazione da lui. E mentre che pensa, suda e cammina, scava un grosso fossato con i piedi che vanno sempre e solo avanti e indietro.
Una donna avvolta nel nero passa in silenzio portando con se una giara d’acqua. Non dice mai nulla. E nessuno chiede mai quali sono i suoi pensieri. Senza essere chiamata lei si ferma e mesce per chi ha sete senza mai ricevere un sorriso o una parola.
Un operaio con la pala riempie il fossato seppellendo i due uomini e la loro follia. La donna gli serve l’ultima acqua che riluce cadendo dalla bocca dorata, poi scompare. Si vede solo una lunga stoffa nera e vuota volare nel vento.
Dall’alto il capocantiere arabo canta una litania incomprensibile che annuncia la fine della giornata di lavoro. E nessuno è più o meno contento di prima.
Poi pezzo per pezzo, uomo dopo uomo spariscono tutti.

domenica 8 febbraio 2009

Liar


Welcome to Nowhere
where all days are ok
Tuesday, Friday and Saturday

You can wash your
sense with the rain water

When you're in Nowhere
you talk to yourself
you're your own best friend
you need nothin' else

Scream!
Liar! Liar! Liar! Liar!
Scream!
Liar! Liar! Liar! Liar!
Scream!
Liar! Liar! Liar! Liar! And breathe

Welcome to Nowhere
you talk to yourself
when you're in Nowhere
you need nothin' else

Scream!

Liar! Liar! Liar! Liar!
Scream!
Liar! Liar! Liar! Liar!
Scream!
Scream!
Scream!

( The Niro / The Niro 2008 )

Siamo ritornati al nostro posto e niente si muove. Siamo ritornati al nostro posto dove nessuno ci conosce e dove nessuno sa come arrivarci. Siamo soli. Soli e senza niente da dire. Il mondo poco fa è crollato senza troppo rumore. Non abbiamo vinto e non credo si possa parlare di sconfitta. Altro non è che una conseguenza di cose che succedono. Va tutto bene e non c’è niente da dire. Ormai siamo abituati all’imprevedibilità. Ad essere traditi. A tradirci. A cadere senza mostrare sangue e ferite. Conosciamo la bugia e non vorremo mai usarla. Conosciamo la bugia e lei lo sa. Loro lo sanno. Ma noi non apriremo più bocca inutilmente. E non ha senso lamentarsi. Ormai siamo abituati a rialzarci senza che nessuna mano sia protesa verso di noi. Non dobbiamo dare nessuna spiegazione. Non dobbiamo dare soddisfazione al dolore. Nessuna soddisfazione al nemico. Siamo ritornati al nostro posto e siamo sempre più lontani. Sempre più noi stessi. Sempre meno noi stessi per gli altri. Sempre meno fedeli al “ come mi vuoi”.
Non abbiamo bisogno di niente. Niente che non sia il nostro nessun dove. Romantico e sciatto.
Un respiro prega ogni giorno e guarda un bianco purissimo. Un respiro prega ogni giorno e sogna i colori. Sogna strane iperbole liberarsi nello spazio intorno, senza controllo.
Se pur ci fosse qualche domanda non potrei rispondere. Non farei altro che restare nel mio nessun dove, davanti al mio bianco circondato da iperbole coloratissime. E non sarei capace di dire nulla.

lunedì 2 febbraio 2009

Chitarra, falce e martello


C’è un martello in libertà che minaccia vendetta. C’è un martello che durante il giorno lavora e picchia chiodi e spacca mattoni di cotto. C’è un martello con il legno liscio del sudore degli operai, che risuona i suoi colpi lontani, ritmati come rintocchi di campane. C’è un martello che lavora tutta la settimana tranne la domenica. La domenica tocca alle campane picchiare l’aria per richiamare i fedeli e i bigotti in edifici freddi infestati da fiori e incenso.
C’è un martello assassino in giro. E c’è un tizio in giro. Un pazzo. Forse è un pazzo. Forse non lo è. C’è un tizio in giro con un martello. C’è un martello in giro ed è notte ormai. C’è questo strumento impazzito che non decide ne il bene ne il male. E mentre qualcuno prega, qualcuno minaccia vendetta. Le mani non tremano nel lavoro. Non tremano nella preghiera. Non tremano nei gesti folli. Le mani non tremano. La coscienza trema. La coscienza trema e fa vibrare le mani. Dicono che il martello porterà giustizia. Dicono che il martello porterà la rivoluzione. Dicono che il martello ci sfamerà. Sazierà il nostro stomaco e le nostre coscienze. Dicono che il martello ci libererà dagli oppressori. Ma la rivoluzione è durata poco. E abbiamo visto solo molto sangue. Dicevano che il martello l’avevamo dalla parte del manico. Ma abbiamo visto molto sangue. Poi è arrivata la giustizia armata e questa è stata la nostra condanna. Avere il martello dalla parte del manico.
Domenica niente da confessare.
Lunedì nessuno sciopero.
I martelli ritornano a picchiare la pietra adesso che hanno lavato via il sangue. E ogni giorno il sudore lava via il sangue e spacca le mani. Ogni colpo una bestemmia inutile. Dicevano che il lavoro ci avrebbe reso liberi. Parlavano di libertà, ma adesso tutto quello che vogliamo sentire è il suono dei nostri martelli arrivare giù nei campi seminati a grano.
Lì forse ci sentiranno le ragazze, i nostri amori.
Lì niente bestemmie. Solo rumore di vento e falci che tagliano aria e frumento. C’è una falce in giro e taglia in avanti. C’è una falce e un popolo che per secoli ha vissuto solo di grano e tramonti spettacolari, da guardare con la schiena rotta, senza nessun pensiero alto. Dicono che sta arrivando la rivoluzione. Dicono che c’era molto sangue. Abbiamo sentito le campane da lontano e i martelli fermarsi. Noi preghiamo il tramonto. E il dio delle messi. E il dio del re. E il dio che cambia nome come cambia la dittatura. Dicono che il raccolto sarà magro e che faremo la fame. Dicono che arriverà la rivoluzione perché non ci portino via il grano. C’è una falce in giro che brilla un sorriso d’oro e taglia in avanti. C’è una falce in giro, impazzita. E tanto sangue. Ma la rivoluzione è durata poco. Il piombo regale ha pensato bene di porre un freno alla follia.
Domenica tutti col capo chino davanti agli altari ma senza pregare.
Lunedì chi ha ancora vita nelle braccia tornerà ai campi.
Ai giustiziati ci penserà qualche dio e qualche chitarra. C’è una chitarra in giro. E canta la rivoluzione. Canta le battaglie. Canta il lavoro. Canta alla luna nelle sere stanche. C’è una chitarra che suona e non smette mai. Dicono che porterà la rivoluzione cantando le altre rivoluzioni. Dicono che porterà una rivoluzione senza sangue. E tutti vogliono sentire la chitarra suonare. Quelli che pregano e che non capiscono le parole. Quelli che bestemmiano e cercano sollievo. Quelli della giustizia armata che controllano se una chitarra possa avere colpi per la rivoluzione. Quelli che in un modo o nell’altro vogliono riposare l’anima in qualche sorta di paradiso e suonano; continuano a suonare, per se stessi, per gli oppressi, per gli angeli senza ali, per i giustiziati e gli sconfitti, per l’amore, la gloria e i vincitori e per chi li vuole sentire.
Domenica niente sangue. Solo un ritrovo per dimenticare. Solo un ritrovo per programmare la propria rivoluzione. E niente preghiere. E niente bestemmie.
Lunedì rivoluzione.

domenica 1 febbraio 2009

Corsa cieca


Corri bastardo! Corri e non ti fermare. Corri per un po’ di biada e per qualche puledra da montare. Corri! Anche se non sei un purosangue. Quello che ti aspetta è solo polvere, frustate e urla colme di pretese. Corri finché non ci sarà riposo. Corri fino a che brandelli di carne cadranno via dalla tua carcassa. Corri! Qualche volta uno zuccherino. Qualche volta niente. Qualche volta sarai un eroe, altre volte un fallito. Corri fino a che la tua carne da macello non ceda il passo alla stanchezza. Corri e non guardare altro che la pista. Corri,con i tuoi paraocchi da deficiente senza chiedere altro che una frustata in meno. Corri!
Al fine questa corsa sarà un ricordo lontano che ti ha consumato una vita.
Corri bastardo! Corri!

martedì 20 gennaio 2009

Cronache da 9€ e 60 centesimi.

È proprio venuto il momento di prendere aria, anche perché devo trovarmi un lavoro. Un buon lavoro. Ma nessun lavoro è buono, o per lo meno così la società ci costringe a pensare. D’altronde se avessi trovato un buon lavoro non starei a cercarne uno. Non si possono spendere 8ore della propria giornata, se non di più, per una cosa che serve a procurarti il denaro per pagare le tasse che mettono su ogni cosa e affrontare le tue piccole grandi spese quotidiane. Io cerco di investire il tempo cercando di fare quello in cui credo e che mi possa insegnare qualcosa. Che non mi riduca in una massa monotona timbra cartellino. Bisogna crederci. Il problema è che la fede conduce spesso a diventare martiri. Lo sappiamo, io e il gigante. Lui è un martire felice, uno che si rompe la schiena ma che non si fa bruciare il cervello. Siamo simili. Mi vuole bene anche per questo. Per il rispetto che abbiamo del nostro tempo. Lui è un buon martire che s’ammazza col sorriso in bocca. E a me piace la gente che sorride senza apparire stupida. Questa è fede! Altro che Vaticano tutto d’oro che predica umiltà e carità! Altro che estremisti bombaroli! Altro che il Governo, qualunque sia, che si sparte la colazione con gli industriali, che va a pranzo con i sindacati e cena con le puttane!
Devo prendere la macchina, sperando che parta; è un po’ che sta lì, parcheggiata, senza dire niente, a prendersi il tempo che fa. Credo, però, che abbia solo bisogno di riscaldarsi un po’. Come i buoni giocatori. La mia bagnola! 'Sto ferro vecchio, brutto, propenso alla ruggine, va ancora per fortuna. L’investimento a perdere come dice mio padre, ma per me è solo la mia bagnola. E cammina. Questo mi basta. Una buona macchina è comunque una buona macchina. Una buona macchina di solito costa. Una buona macchina non è uno status symbol. È solo un buono strumento, che tra l’altro inquina, ma ci possiamo fare poco per ora. La mia non è una buona macchina.
Arrivo in città. E che città! Peggiora di giorno in giorno, ma tanto non è mia, e forse è vero che sono apolide, nell’animo. Una volta mi hanno detto pure questo. Entro in un’eliografia per farmi stampare il C.V. che poi mi toccherà consegnare. Entro e aspetto. Il tipo è occupato al telefono. Aspetto i miei buoni 5 minuti, poi tra svariate parolacce senza cattiveria attacca il telefono. Mi chiede se ho chiesto e io gli chiedo quello che mi serviva. 4 copie in bianco e nero.
Totale 20 centesimi.
Ne vado a consegnare qualcuna in giro. Citofono e mi fanno entrare. Salgo le scale, sempre buie come al solito. Chissà perchè quando cerco lavoro mi ritrovo sempre in posti strani e bui. Sembrano tutti avvolti dal mistero. Cosa si farà mai in posto del genere? Così rischi sempre di inciampare o comunque di farti male. In questo caso riesco a sporcarmi le mani di grasso, non so come. Per fortuna che al primo piano si apre una porta e la luce anche se poca mi permette di avere un passo più sicuro. Arrivo al portone e una bionda occhialuta mi sta aspettando. Mi aspetta lei con la sua diffidenza. Forse è indifferenza. Le lascio il curriculum e con altrettanta indifferenza saluto e me ne vado certo di non avere speranza di essere richiamato.
Forse è vero, ci vuole indifferenza nella vita. L’indifferenza ti da un tono, ti fa apparire più sicuro, ti crea un muro di protezione attorno, e non ti mostra per quello che sei. L’indifferenza crea quelle distanze che dovrebbero far stare ognuno al proprio posto. Poi i vigliacchi si scatenano sulle chat o sui telefonini. Diventano tutti virtuali. Io pure, a volte. Credo. Ma sono abbastanza matto anche dal vivo. Ci vuole indifferenza, secondo loro. Per me, ci vuole un caffé. Vado al bar al corso, che è lì a due passi La cassiera è la figlia della titolare. Poveretta. Sta seduta tutto il turno a chiacchierare con una sua amica aspettando che venga la madre. Chiacchiera come la madre. Ha le arie come la madre. Ha le noie come la madre. Gli stessi ricci della madre. Lo stesso scialle, modello poncho un po’ accorciato, di finta lana cinese. Ordino un caffé tra un chiacchiera e uno sguardo irritato per l’interruzione.
Scusate se prendo un caffé da voi, ma siete il bar più vicino, verrebbe da dire.
Fanculizzatevi, verrebbe da dire.
Totale 80 centesimi.
Andiamo bene! È aumentato e non lo sapevo. Bevo il mio caffé al banco e saluto senza essere ricambiato. Il bar è un piccolo bar che non sa di nulla. Potrebbe essere un bar qualunque che puoi trovare in un piccolo paese un po’ sperduto e depresso, solo che lo trovi in città e al corso, e questo secondo loro dovrebbe giustificare un caffé mediocre, un locale anonimo, un servizio apatico e un prezzo troppo alto per un brodetto scuro in una tazzina davvero orrenda. Forse da questo puoi vedere la crisi. Un caffé così a quasi un euro può diventare un lusso in certi casi. La gente paga per delle cose scadenti. Paga molto e l’unica cosa da fare è una ricerca. Io so che per avere cose buone non sempre bisogna pagare molto. Ci sono cose che non devono andare oltre un certo prezzo. Automaticamente il rapporto con la qualità scade, e poi si da la colpa alla crisi. E poi si dice che per superare la crisi bisogna spendere. Trascurando il piccolo particolare che chi non c’ha soldi non può spendere. E mentre alle sfilate di alta moda si vestono gli uomini con ottimismo che sa di lusso un po’ dandy, un po’ non si sa bene cosa, un po’ ma chi mai metterebbe quelle scomode architetture di stoffa addosso, in fabbrica sfilano gli operai in cassa integrazione vestiti come al solito, ma un po’ più neri nell’animo. E già! Ci vuole indifferenza. Bisogna essere indifferenti per dire che la crisi si supera con il consumismo se poi non ti danno la possibilità di spendere. E intanto i politici si ammazzano per le idee che non hanno e per le mazzette che dicono di non avere. Se il Made in Italy non fosse solo un lusso e non fossimo costretti a essere consumatori per la stragrande maggioranza di cose fatte o assemblate in Cina e Paesi vicini, penso che le cose migliorerebbero. Ma ci vuole chi ci crede in questo...politici italiani che credono negli italiani. Ci vuole questa fede!
Mentre che sto per arrivare alla macchina passo davanti a un negozio di belle arti. Mi è sempre sembrato un po’ costoso, però entro lo stesso per la curiosità. Faccio la mia fila e chiedo un tubetto di colore ad olio, bianco. La signora dall’accento molto sudamericano mi chiede “zinco o titanio?”, io non so che dire. Allora mi spiega la differenza mostrando un camice bianco, sporcato ovviamente da un bel po' di colori, e lasciandomi col dubbio che sotto al camice appena aperto ci sia solo biancheria intima di colore nero. La spiegazione mi è piaciuta, così le chiedo altri consigli e alcuni prezzi. Lei è un po’ come il gigante in un certo senso. È una razza in via d’estinzione. Ama il suo lavoro, anche se è pur sempre un lavoro. Mi suggerisce di comprare un tale prodotto in ferramenta perché lei ha solo una confezione piccola e costosa. Non vuole vendermela. Io apprezzo, scelgo entrambi i tubetti di bianco, le chiedo il biglietto da visita, pago e ringrazio.
Totale 5€.
I prezzi sono buoni, pensavo male, ma sui colori ho i miei dubbi. Comunque è un buon negozio. Non c’è indifferenza. È un buon negozio anche per questo.
Non mi resta che andare in ferramenta. Tutto solo; io, la mia bagnola e la mia musica. È buio e forse faccio in tempo a trovare la ferramenta ancora aperta. Ascolto acid jazz. Credo si chiami così, ma non mi pare poi così acid e nemmeno tanto jazz. Acid jazz. Eppure è molto morbido. Forse non è acid jazz. La ferramenta è ancora aperta ma ci voglio un po’ per trovare un parcheggio decente. Chiedo un barattolo di cementite e anche qualche spiegazione, visto che devo fare dei lavori diciamo artistici, ma che in realtà mi servono per passare un po’ di tempo. Lui non sembra meravigliato. Stai a vedere che i colori lui li vede bene pure su una tela? E che dipinge? Questo pensiero mi sfiora un attimo e se ne va quando mi consegna un barattolo bianco, impolverato e tutto ammaccato. Mi spiega delle cose, pago, ringrazio e saluto.
Totale 3€ e 60 centesimi.
Mi sono sempre piaciuti i negozi di ferramenta. Quelli belli attrezzati. Dove ci trovi le viti che ti servono. L’arnese giusto. I materiali giusti. E mi sono sempre piaciuti i negozi di belle arti. Pieni di colori e attrezzature. L’odore delle tele. Far scorrere sotto le dita la setola dei pennelli ancora nuovi.
Mi sono sempre piaciuti i posti piccoli che hanno un’anima. Che puoi sentire in un certo qual modo tuoi. Anche se restano dei luoghi dove c’è chi lavora e chi spende.
Nella vita bisogna sempre cercare. Fare delle ricerche per essere liberi di scegliere. C’è chi vuole il branco solo perché si è in molti. E se i molti fanno la maggioranza sembra di essere al sicuro. Al sicuro dal dover scegliere. Oppure al sicuro dal rischio di sbagliare una scelta da soli. Un errore di tutti pesa di meno. Tutti poi si leccherebbero le ferite a vicenda, o per lo meno si scambierebbero un po’ di indifferenza. Da solo la cosa diventa difficile. Soli davanti a una scelta. Soli, persi nella propria ricerca personale. Ma chi cerca trova e chi non cerca viene trovato. Se cerchi puoi trovare davvero quello che ti appaga, o per lo meno hai uno stimolo. Se non cerchi rischi di essere trovato e non sai da chi o da cosa. Potresti essere trovato impreparato. Peggio ancora ti potrebbero trovare lì tranquillo che te ne stai al tuo posto, come vittima però. Allora a quel punto non hai scelta. Non ce l’hai più.

venerdì 16 gennaio 2009

Con il mare sotto casa a più di 40km dalla costa

Sono giorni che sono lontano. Lontano dalle persone, dalle cose pubbliche, dal traffico. Lontano. Lontano da me direi, visto che mi parlo poco e non spiccio molte parole nemmeno con gli altri. Non è introversione. Ma nemmeno si può spiegare bene cosa sia. Si potrebbe usare il termine relax, oppure è solo tempo di ricaricarsi. Leggo. Bevo. Fumo. Mangio. Dormo. Penso poco. Esco ancora di meno. Sono lontano da un sacco di cose e non faccio nulla per avvicinarmi. Non faccio nulla, ecco tutto. Si potrebbe andare in paranoia, ma io no; non divento paranoico. Strano ma è così. Basta poco, pochissimo per accontentarmi. Non si tratta di grosse sensazioni. Si tratta di accontentarsi. Non si tratta dell’equilibrio, non si tratta della tanto chiacchierata e desiderata felicità, forse è per via del moto che noi abbiamo verso l’equilibrio, si. Forse è quello. Ma non è equilibrio. D’altra parte...non vado in paranoia. Penso che sia per via del fatto che un po’ ci riempiamo e poi un po’ abbiamo bisogno di svuotarci, tutto qua. Penso pure che sia stata questa una riflessione molto più grossa di tutte quelle fatte da un mese a questa parte messe insieme. Non vorrei sforzarmi…meglio non pensare. Dicevo, appunto, che basta poco, pochissimo per accontentarmi. Un biscotto, un buon caffé caldo, il mio tabacco arrotolato, il rumore della pioggia incessante che da una dimensione alle lamiere, alla veranda, all’asfalto, agli animali che si danno al rifugio, perfino al caos. E il caos lo fa chi lo vuole. Può servire, si; ma può anche solo dar noie o provocare un mal di testa. E gli animali ce l’hanno il mal di testa? Il mio gatto no! Sta tutto il giorno vicino al camino. Dorme. Poi si sveglia, miagola, fa moine, si incazza un po’ e spalanca la bocca che gli allarga il viso. Poi fa un’onda con la spina dorsale e rimane un po’ sospeso come a puntare qualcosa. Ha fame. Sta puntando il frigo perché sa che da li escono cose da mangiare. Io guardo il gatto e mi sento meno in colpa di quello che in fondo forse forse dovrei sentirmi. Ma neanche. In colpa di che? Comunque lui, anzi lei, fa la bella vita. L’unica differenza tra un essere umano in relax e un gatto in relax è che l’essere umano è capace di pensare. Ma non è mai stata accertata sta cosa…
A pensarci bene i gatti sono due, ma l’altro, di cui non conosco il sesso, non entra quasi mai in casa. È più piccolo e malandato. Anzi, a momenti sembra un moribondo. Ma lo so che poi si riprende. Anche se ha quest’aria molto depressa, è schivo, e ti guarda con un occhio quasi buono e l’altro quasi guercio. Il problema è che appena ti avvicini lui ha paura e buonanotte al secchio, scappa via. Stai a vedere che sono ridotto peggio? Nemmeno questo è mai stato accertato.
Mi consolo rollandomi del tabacco e bevendo del caffé tiepido. Poi salgo in camera e mi sporgo sul mare. A dire il vero siamo un po’ lontani dalla costa, almeno 40 km credo. Ma io il mare non lo vedo, lo sento. Lo percepisco. Però c’è. C’è sempre stato. È una cosa un po’ inutile da spiegare, e dire che è un peccato non poterlo comunicare. Tiro bene la mia nuvoletta grigia dentro i polmoni, e poi butto tutto fuori. Lentamente. Passa una nave. I gabbiani starnazzano e s’azzuffano in cielo come sempre. Tiro ancora e assaporo una cosa che non dovrebbe avere tutto questo sapore. Lo svantaggio dell’essere umano in relax rispetto a un gabbiano che si azzuffa in volo è che l’essere umano pensa mentre il gabbiano cerca solo di non cadere in acqua. Gli ultimi tiri e poi si va in coperta. Come si fa a spiegare sta cosa? Lo svantaggio dell’essere umano rispetto qualsiasi altra forma di essere vivente visibile e invisibile sulla faccia del mondo conosciuto è che deve per forza di cose cercare di spiegarsi. Mentre, tutto il resto, è spinto da un moto verso l’equilibrio che si ottiene formando un grosso caos enorme stratosferico infinito.
Splash!!!

giovedì 15 gennaio 2009

Nel tremendo meraviglioso gioco delle differenze

È normale che nessuno sia normale.

mercoledì 14 gennaio 2009

The garden



And he was walking in the garden
And he was walking in the night
And he was singing a sad love song
And he was praying for his life

And the stars came out around him
He was thinking of his sins
And he's looking at his song-bird
And he's looking at his wings

There, inside the garden
Came another with his lips
Said "won't you come and be my lover ?"
"Let me give you a little kiss"

And he came knelt down before him
And fell upon his knees
"I will give you gold and mountains
If you stay a while with me"

And there was trouble
Taking place
Trouble
Taking place

There, inside the garden
They kissed and the sun rose
And he walked a little further
And he found he was alone

And the wind it gathered round him
He was thinking of his sins
And he's looking for his song-bird
He was looking for his wings

And there was trouble
Taking place
Trouble
Taking place

There was trouble
Taking place
Trouble
Taking place

( PJ Harvey / Is this desire? 1998 )

L’aria si fa scura e i tempi portano crisi e opportunità, scandali e vite ribaltate per pochi attimi sbagliati. Non rimane che farsi picchiare dalla pioggia e stordirsi nella nebbia. E c’è pure chi fa finta di niente, forse perché la nebbia la respira da un po’. Sorridere fa bene sempre, a meno che tu non sia uno stolto e allora quello si chiama indifferenza oppure insensibilità o peggio ancora resa. Qui la nebbia non aiuta, non aiuta a sognare, non aiuta a vedere oltre e la pioggia picchia forte ma lei se ne va senza colpe. Non è imputabile di nessun reato. Cadi all’indietro e sembra non si tocchi mai il fondo, non si avverte l’esito della caduta e questo fa più male. La nebbia non aiuta, non aiuta se cerchi qualcuno a cui dire qualcosa, che forse pure c’è ma non si vede bene in questo cielo umido. Rimangono i giardini per cui qualcuno ha speso una vita per farli a immagine e somiglianza della felicità. Giardini da curare fino a che qualcuno non ti seppellisce in un giardino lontano dal tuo, putrido e malconcio, che sa di acqua affogafiori e di cera che fa mancare l’ossigeno. E il tuo giardino muore piano senza nessuno che abbia voglia di curarlo. Era meglio spendere il tempo a curare la propria vita, o anche l’anima se vuoi. Noi ce l’avevamo un giardino. Era stupendo perché noi lo abitavamo. Perché assomigliava alla libertà. Noi ce l’avevamo un giardino e non era fatto per farlo vedere al vicinato. Non era fatto per farsi mostra di se. Non era chiuso, ma di certo non tutti potevano avere l’accesso. Questo dipendeva dai visitatori. Noi ce l’avevamo un giardino con alberi di bosco e fiori selvatici. Ma poi ci siamo scordati di avercelo. Oppure lentamente qualcuno ci ha strappato via le radici e adesso ci chiedono chi siamo e da dove veniamo. Noi vorremo sapere semplicemente dove andare ma non abbiamo nessuno a cui chiederlo tranne che a noi stessi. Forse non è il momento per chiederselo. Forse non è il momento di ripensare al nostro giardino, che scendeva giù per la valle seguendo quello che per noi doveva essere un fiume e poi risaliva sopra. Il nostro labirinto. Ma non abbiamo mai avuto il coraggio di vedere dove andasse a finire. Ora non sappiamo più dove comincia e non sappiamo indicarlo, ci siamo persi da un po’ in questa nebbia, e ci ritroviamo con troppi stranieri con cui convivere. Gente senza giardino. E vaghiamo soli in un labirinto invisibile in mezzo ai nuovi palazzi, a tonnellate di cemento che s’alzano al cielo, passando per i vostri uffici nuovi nuovi e i vizi vecchi vecchi di chi è rimasto lo stolto di sempre. Dovremo chiederci dove andare ma il labirinto è magnetico. Non ci lascia uscire. O forse ci porta dove ci hanno strappato. Il labirinto è magnetico. Il labirinto sa. Il labirinto conosce la strada. Il labirinto è la strada. E non resta che seguirlo…