mercoledì 6 gennaio 2010

Amber Gris



( Medeski, Martin & Wood / Radiolarians II 2009 )

Stormi migratori e un cielo che diventa giorno, che arrossisce di porpora e nuvole, che scalda e acceca dalla distanza. Geometrie d’ali, disposte in gerarchia e un cielo che ridiventa notte, che brilla sul mare ma la rotta è decisa. L’istinto non è stanco. Il volo continua. Poi, un viaggio di turisti, con la cintura ben allacciata, carrelli porta vivande, la bevanda alcolica sorride e fa digerire un pasto improbabile. Un gigante bianco, superveloce, superinquinante, superpesante e poi il panico, il pericolo. Starnazzi. Sgomento animale e pochi secondi per decidere tra lo schianto, la deviazione o l’oceano. Intanto a Parigi piccoli balconi si scontrano con mansarde e tetti d’argento. Palazzi contro palazzi, luci al neon contro lampioni romantici nell’aria nebbiosa di una Senna silenziosa ma presente. Da un bel po’ non è più primavera e lo sguardo si alza nel grigio umido della città fino sotto le grondaie, con i nidi vuoti e malridotti dal tempo e dalla malinconia. Si dovrebbe immaginare il mare, l’oceano, per andare più lontano. Per cercare la primavera o forse per godersi l’ambra che si fonde col grigio. Una nuova alba e un blu piatto. Oppure un tuffo negli abissi, solo un tuffo negli abissi, solo un tuffo. Dove le creature non hanno paura di essere quello che sono. Dove la bellezza non esiste, dove anche la forma più strana è libera di esprimersi e colorarsi di molecole fluorescenti per vincere il buio più profondo. Un tuffo negli abissi per perdersi e ritrovarsi, solo un tuffo alla ricerca dell’informalità. Un tuffo, solo un tuffo.

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